“Il futuro è parte integrante delle lotte per la giustizia ambientale e per questo il potenziale sovversivo dell’immaginazione sottende molte delle pratiche collettive”  M. Corongiu, I. Iengo

Albanova è il nome che nel 1927 Mussolini diede all’accorpamento di alcuni dei Comuni  dell’antica provincia di “Terra di Lavoro”, che si estendeva dal basso casertano fino ai confini  a nord con Molise e Lazio. L’istituzione di un nuovo Comune unificato di nome Albanova costituiva parte integrante di un disegno politico più ampio e di sfacciata indole propagandistica: un segnale preciso per la malavita organizzata che doveva rassegnarsi a scomparire dal Sud e lasciare finalmente posto allo Stato.

Di Albanova in Campania, a seguito della soppressione del Comune nel 1946,  sono scomparse quasi tutte le tracce, fatta eccezione per la stazione di Casal di Principe.

Da oltre un decennio questa parola trova nella pratica artistica di Teresa Antignani una cassa di risonanza, attraverso arazzi, bandiere e stendardi. Non si tratta solo di recuperare un nome, ma di sottrarlo alla sua genesi autoritaria per restituirlo ai territori, legandolo indissolubilmente alla memoria delle lotte collettive per la giustizia sociale e ambientale. Albanova è un’operazione di riappropriazione.

Il cuore di questa ricerca risiede in un ciclo di opere tessili corali, realizzate in collaborazione con donne di diverse comunità del Mezzogiorno in cui il cucito assume una valenza profondamente sovversiva. Il lavoro di Antignani attinge a piene mani dal vocabolario visivo del sacro e della tradizione popolare del Mezzogiorno. L’uso di stendardi e arazzi processionali non è una scelta puramente estetica, ma una strategia di riappropriazione dei codici culturali del territorio.

Adottando le forme della devozione, l’artista eleva le istanze di giustizia ambientale e sociale a una dimensione rituale. L’iconografia religiosa viene spogliata del dogma per essere caricata di un nuovo valore civile: il “santo” diventa la comunità in lotta, la “preghiera” si fa rivendicazione e l’opera tessile si trasforma in un oggetto di culto laico che unisce le persone sotto un’unica insegna di resistenza.

La prima opera tessile collettiva intitolata ALBANOVA è una bandiera cucita a mano dalle donne del ceppo materno della famiglia dell’artista. Si tratta di una bandiera che nasce per la comunità di Taranto e costituisce un tentativo di connessione tra lotte civili per la giustizia ambientale ma soprattutto di denuncia dello stato di salute delle popolazioni che vivono a ridosso del colosso dell’acciaio.

La cucitura rappresenta un Agnus Dei ed è un riferimento diretto a una dichiarazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, nel 2022, colloca la città pugliese tra le “zone di sacrificio”: aree contaminate in cui gruppi vulnerabili sopportano un onere sproporzionato in termini di salute, diritti umani e impatti ambientali.

Albanova è diventato un vessillo di lotta, autodeterminazione e unione tra vertenze territoriali che vive e si riattiva ogni volta che Teresa ripropone, attraverso la sua pratica performativa,  il gesto dello sbandieramento veemente di questo simbolo.