“(…) Lottando insieme, i soggetti alternativi all’antropocene e le loro prassi, avrebbero il potere di trasformare la cura della terra in una nuova e reale rivoluzione ecologica.”  S. Barca

Essere parte attiva di un movimento di lotta territoriale è un’esperienza che cambia la vita. Quando si viene dal wasteocene si comprende con più dolore il senso pieno del disegno coloniale che muove politiche energetiche e decisioni su come gestire monnezza, rifiuti speciali e crisi climatica sui territori. Si comprende soprattutto il significato del termine “alterità” e si fanno i conti col razzismo ambientale, con la violenza della normalizzazione e con la solfa della “sacrificabilità di pochi per il bene di molti”. Non solo. I saperi incarnati che derivano dall’esperienza diretta della lotta e della contaminazione ambientale consentono facilmente di smascherare narrazioni ufficiali che omettono contraddizioni e complessità, manipolazioni politiche e ricatti lavorativi, manovre speculative e incredibili profitti sulla pelle della gente.  Dalla provincia di Caserta sotto attacco ho capito bell hooks, cosa intendesse comunicare con il suo concetto di marginalità. 

“La marginalità è un luogo radicale di possibilità.”

Da lì ho iniziato a sventolare bandiere con veemenza, a lavorare con le comunità a un immaginario condiviso fatto di autodeterminazione e voglia di riscatto, a celebrare i corpi della resistenza più bella, a coltivare legami con donne e uomini straordinari.

Il concetto stesso di giustizia ambientale mi ha portata a vivere uno stato di agitazione permanente dove la pratica artistica si pone come necessità e si snoda in tre nuclei fondamentali: la pratica pittorica, la pratica tessile collettiva, la pratica partecipativa e performativa.

La serie di opere tessili collettive intitolata “ALBANOVA” vede coinvolte principalmente donne nella creazione comune di bandiere, stendardi, arazzi che attraverso l’iconografia popolare e religiosa, ripropongono un immaginario simbolico femminile di lotta sui territori per la giustizia ambientale e sociale.

Attraverso gli scatti del progetto MARTYRION ripercorro i luoghi del disastro ambientale insieme alle comunità, alle associazioni, ai medici, ai giornalisti e agli attivisti per dare vita a una mappatura di storie di resistenza e corpi che vivono la drammaticità della contaminazione ambientale.

Nella ritualità e nel dolore resistente del gesto ripetuto invece, trova spazio la mia pratica performativa.