
“Sentii gridare, lasciai il pane a lievitare, presi una scorciatoia, arrivai e quelli erano in ritirata. Eravamo decise, potevamo morire in prigionia ma li avremmo ammazzati”
L’opera fa parte di ALBANOVA, un ciclo di creazioni tessili collettive nate per celebrare la resistenza e l’autodeterminazione dei territori del Mezzogiorno. Teresa realizza quest’opera pubblica assieme alle donne della comunità di Raccuja durante una residenza voluta e promossa dal Comune di Raccuja e a cura del Collettivo Flock.
Attraverso il coinvolgimento attivo delle donne e il gesto ancestrale della cucitura, il progetto reinterpreta l’iconografia popolare e religiosa in chiave contemporanea.
In particolare, “Rosa” trae il nome dalla volontà della comunità di Raccuja di omaggiare le proprie “rose”: contadine e raccoglitrici di nocciole che, a metà del Novecento, guidarono i moti agrari nel messinese. In questo processo, la materia tessile smette di essere solo supporto e si fa sostanza politica: attraverso il ricamo collettivo, il tessuto diventa un manifesto di resistenza contro gli abusi di potere e un tributo alla storica lotta femminile per la parità e la dignità sociale.
L’arazzo commemora il coraggio di queste donne nel denunciare i soprusi dei latifondisti nel cuore dei monti Nebrodi, elevando la memoria di una sommossa popolare a simbolo universale di giustizia e liberazione.
“Le donne di cui parliamo non avevano un titolo di studio, possedevano solo tanta saggezza, coscienza civile e ideali. Donne che hanno attraversato momenti bui ma che si sono riscattate diventando protagoniste del cambiamento e dimostrando di aver contribuito, più che in altri parti della Sicilia, all’emancipazione femminile.” Raccuja nel dopoguerra.
Come dispositivo di riappropriazione comunitaria, “Rosa” si pone l’obiettivo di custodire e attivare contro narrazioni potenti, necessarie per il riscatto delle identità e dei territori in tutto il meridione d’Italia.





















